PERCEZIONI DI UN CORPO NUOVO

La cosa che, sicuramente, contraddistingue Annarita è la sua finta impertinenza, che ostenta nel suo allontanarsi da colleghi e pazienti, rivolgendo lo sguardo altrove, dove alcuno rivolge il proprio.
Intanto, mentre aspetto Armando, avverto la presenza inedita di muscoli, che fascicolano nelle braccia e che, pur con dolore, suggeriscono e mi incoraggiano a prospettive, per me, nuove e sconosciute.
Lei è lì, seduta su una mensola di marmo, soglia imperturbabile di un baratro, che il mio occhio non scorge, ma avverte come tale.
Il suo profilo è meno duro della sua faccia e allieta il panorama alle sue spalle.
Mi colpisce il riflesso stanco del sole nei suoi occhi, che malgrado la penombra oltre la vetrata, amplifica la luce e riempie, di lei, ora i miei.
Vorrei chiamarla a me.
La forza del desiderio, sono certo, mi permetterebbe di farlo, ma poi, un po’ per la mia attuale e naturale ritrosia, un po’ perché pentito delle mie false intuizioni su di lei, demordo dall’intento.
Attorno a me, solo l’operosità di altre sue colleghe tra “soffiati” lamenti di donne mutilate.
La mia attenzione, però, resta impigliata tra i suoi occhi languidi e lucenti proiettati ai confini eterei di luoghi, a me, inaccessibili.
Occhi in grado di rappacificare e ammorbidire la mia prima opinione.
Per un attimo, immagino che tra i suoi pensieri ci sia anche il mio sorriso, affatto non scontato, a ripagare il suo tenace impegno dopo una seduta tanto energica quanto efficace.
Mi piace pensare che anche i nostri asimmetrici sorrisi siano importanti a gratificare il loro lavoro.
E mentre vaghiamo, i nostri sguardi, senza avvisare, ricadono uno nell’altro per restare, un lungo istante, in piacevole incontro, sintonizzati e carezzandosi vicendevolmente.
L’intimo ritrovo, in cui essi sono ora, viene distolto dal solito inopportuno e falso ossequio del saluto dell’Armando, che entrando e porgendomi la carrozzella mi esorta a fare il mio.
Non credo che lo meriti, ma comunque è fortunato, tanto è leggero il mio corpo, con l’anima non ancora rientrata dalla piacevole escursione, avuta questa sera.
Il mio sorriso, mentre lascio la palestra, è più un sogghigno di intesa con lei, che le vale pure come saluto.
Il cocchiere Armando aizza la carrozza che impenna leggermente.
Prontamente interviene Annarita, cui non piace l’irruenza della manovra e riprende Armando, che da colosso si fa pulcino.
Il suo intervento mi onora e mi lusinga e contrae le labbra ad un sorriso che lei ricambia con un vezzo di complicità.
Poi chinandosi mi fa:
– Albè… a domani.